Frammento n.1 – Storia di un seme che danza la Vita
L’ALBERO CHE SARA’
Danzava nel vento il mio corpo.
Un corpo minuscolo di fronte all’immensità che potevo vedere sotto di me.
Un corpo leggero in mezzo ai venti talvolta dolci e talvolta vorticosi ed incontrollabili.
Ad un certo punto mi lasciai andare a quel vento, sapendo che dentro di me il mistero della vita era in incubazione.
Un sentire antico ripeteva alle mie cellule di avere fiducia…Ripeteva che io contenevo in me l’idea dell’albero che sarei diventato…
E così il mio viaggio di seme alla ricerca di un luogo nella terra in cui sostare ebbe inizio.
Fu una mattina di fine estate, quando lasciai il corpo di quel fiore dal quale ero nato e che mi aveva ospitato nel sole e nella pioggia per tutta la stagione sprigionando profumi e colori.
Quella mattina caddi…Nessuno si accorse del mio silenzio ma proprio in quel silenzio la mia danza iniziò…
La delicatezza di una mano di vento mi prese con se ed io iniziai a sollevarmi da terra in quello che amo definire il “respiro del Mondo”.
Sempre più su…salivo…salivo…e più il mondo respirava e più io salivo.
E iniziai a respirare col mondo ed allora un vortice di vento più forte mi fece turbinare e capovolgere…ed ancora mi fece salire verso le nuvole mentre osservavo ora la terra, ora il cielo, ora gli alberi e non sapevo più quale fosse la direzione in cui venivo trasportato.
Se avessi avuto le ali di un uccello avrei potuto aprirle e volare… E decidere in quale direzione andare…
Ma io sono un seme.
E presa coscienza del mio essere seme, iniziai ad avere fiducia nel vento e quel roteare vorticoso divenne una danza folle ed allo stesso tempo leggera, nel momento in cui il vento si fermava un pò e mi cullava nel tepore del sole.
Sorretto dall’aria guardavo giù. Era scomparso il mio fiore, .era scomparso anche l’albero che lo ospitava. Sotto di me l’opera d’arte della Natura si mostrava in tutta la sua bellezza in macchie di verde, marrone e celesteed ogni colore pur essendo lo stesso colore non era uguale all’altro.
Ricordo che ad un certo punto le mani di vento mi parlarono dicendo “E’ qui che vorresti sostare?”
C’era un grande spazio sotto di me, un macchia marrone a tratti colorata di un verde chiaro che mi attirava a se.
Si…quello era il mio posto.
Ed ondeggiando come su una barchetta nel mare calmo, mi adagiarono sulla Terra.
Ricordo il contatto con il mio corpo…umido, non so dire se tiepido o freddino. Il vento se ne andò ed io rimasi ad aspettare.
A dire il vero non sapevo cosa stavo aspettando ma sapevo che dovevo aspettare.
Abituato come ero a far parte di un fiore ammirato da tutti, fu per me difficile trovarmi solo ed invisibile agli occhi del mondo, eppure sapevo che la mia presenza su quella zolla di terra era necessaria.
Le cellule del mio corpo sapevano che c’era qualcosa da compiere…Qualcosa di grande…Qualcosa che semplicemente e stupendamente “ero io”. Io dovevo compiere me stesso, la mia natura, quello che nella verità io ero ed ancora sono, nelle mille trasformazioni che nel tempo ho incontrato.
Ondeggiando come una ballerina, una foglia gialla scese dall’alto e si posò vicino a me.
“Dove vai?” chiesi.
“Mi riposo… Sono l’ultima foglia dell’albero, ho resistito con tenacia fino ad ora ed è arrivato il momento che la mia trasformazione abbia inizio”
“ed in cosa ti trasformerai?”
“non lo so ancora…mi fonderò con la terra e nuoterò nell’acqua e volerò nel vento…Sarò anche parte di te ed in tutto quello che ci è attorno, sboccerò in un’altra forma e in un’altra ancora…per sempre”
A quelle parole un calore pervase il mio corpo…Avrei pianto di gioia se solo avessi avuto gli occhi.
Ma io sono un seme.
Ed io miei occhi sono il mio corpo, vedono nel sentire.
La terra intorno a me iniziò lentamente a farmi da coperta e lentamente scivolai nelle sue profondità. Giù…giù…sempre più giù…sempre più caldo e sempre più protetto…attraverso un utero che mi chiamava a se.
Ed in quella pancia mi misi a dormire.
Passò il tempo. L’oscurità divenne la mia migliore amica. Con lei facevo lunghi discorsi sulla vita e sulla morte. Con lei ragionavo su cosa mi sarebbe accaduto e come tutti i bambini che devono nascere, avevo una gran curiosità di uscire allo scoperto e vedere il nuovo e vecchio mondo.
Ma lei mi ripeteva “datti tempo…”
Ed in quel tempo sentivo che il mio corpo si nutriva di tutto ciò di cui aveva bisogno. Mamma Terra si prendeva cura di me proteggendomi dal freddo ma nutrendomi di acqua e di sostanze utili alla mia crescita. E nel piacere, il mio corpo diventava sempre più forte e robusto, imparava ad attendere nell’immobilità, sapendo che niente in lui era immobile perché tutto si muoveva nella danza della trasformazione.
C’era un suono in quella pancia che cullava ogni mio momento. Era un “bum bum” che veniva da lontano, dalle profondità più profonde eppure era come se fosse dentro di me.
Il cuore della terra pulsava dentro il mio corpo con una forza che non avevo mai sentito fino ad ora, e come se io stesso fossi stato un cuore, sentivo il mio corpo espandersi sempre un po’ di più.
Fino a che un giorno qualcosa iniziò a spuntare dal mio corpo. Qualcosa di piccolo e sottile. Si muoveva con delicatezza intorno a me cercando una strada nella terra per crescere ancora di più.
E lo guardavo danzare lento tracciando linee infinite. Al suo passaggio la terra si apriva un po’ e lo lasciava esplorare.
Fu un calore immenso, proprio al centro del mio corpo e mi ritrovai io stesso a danzare nella terra, non più immobile, ma spinto da una forza irresistibile che mi diceva “Vai!!! Vai!!!”…
Osservai la pancia che mi aveva ospitato con tanta gentilezza e le diedi un ultimo saluto mentre sinuosamente danzavo nella terra umida e morbida…
L’altro mio viaggio era iniziato.
Tratto dal libro “Storia di un seme che danza la vita”
Di Valeria Petri